Isabella Roberti | Fano – Passaggi Festival https://2020.passaggifestival.it/ Passaggi Festival. Libri vista mare Thu, 10 Sep 2020 10:03:14 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.5.1 https://2020.passaggifestival.it/wp-content/uploads/2020/03/cropped-nuovo-logo-passaggi-festival_rosso-300x300-1-32x32.jpg Isabella Roberti | Fano – Passaggi Festival https://2020.passaggifestival.it/ 32 32 Costanza Rizzacasa D’Orsogna: un romanzo crudo e autentico https://2020.passaggifestival.it/romanzo-crudo-costanza-rizzacasa-dorsogna/ Thu, 10 Sep 2020 10:03:14 +0000 https://2020.passaggifestival.it/?p=75556 Nella seconda giornata di Passaggi Festival si è tenuto l’incontro della Rassegna di Saggistica (e non solo), che ha visto protagonista Costanza Rizzacasa D’Orsogna autrice di Non superare le dosi consigliate (Guanda). La scrittrice ha conversato con Flavia Fratello, giornalista di La 7 e Tiziana Ragni, alias Meri Pop, di Repubblica Live, rinominate “Le signore […]

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Nella seconda giornata di Passaggi Festival si è tenuto l’incontro della Rassegna di Saggistica (e non solo), che ha visto protagonista Costanza Rizzacasa D’Orsogna autrice di Non superare le dosi consigliate (Guanda). La scrittrice ha conversato con Flavia Fratello, giornalista di La 7 e Tiziana Ragni, alias Meri Pop, di Repubblica Live, rinominate “Le signore della San Francesco”.

Il primo romanzo: la forza di Matilde

Costanza Rizzacasa D’Orsogna scrive sul Corriere della Sera e sul supplemento La Lettura. Non superare le dosi consigliate (Guanda) è il suo primo romanzo e prende a piene mani dalla sua autobiografia, che ha molto da condividere con la protagonista Matilde. Anche lei infatti da piccola prendeva il lassativo Dulcolax per i suoi problemi di peso, su indicazione della madre bulimica.
Matilde è una bambina sovrappeso, presa in giro da tutti. A diciotto anni, per una forma di ribellione, rifiuta il cibo e da 80 kg passa a 40 kg. Poi per una serie di vicende, tra cui una relazione amorosa tossica, arriva a 130 kg, anzi 131 kg. Questo romanzo è una storia cruda, senza un lieto fine, ma durante il percorso mette a confronto noi stessi con certi fantasmi, perché ognuno di noi ha avuto a che fare con l’accettazione di sé e degli altri. Ogni pagina arriva come un pugno diritto allo stomaco. Non è detto che il lieto fine sia quello che ci aspettiamo, forse c’è comunque, ma diverso. Non ci sono eroi, né vincitori ma tutto il romanzo ha una grandissima forza, che permea ogni riga e che emerge quando Matilde sembra avere toccato il fondo ma qualcuno le scava ancora più a fondo.

Le differenze tra autrice e protagonista

Spesso non c’è nella vita un momento in cui si dice basta, anzi si va avanti senza rendersi conto di quanto si è forti. Costanza e Matilde sono vicine da bambine, poi da adulte hanno alcune cose simili ma le reazioni sono diverse perché nell’autrice c’è una certa presa di coscienza. A Matilde infatti manca quel fervore analitico di studiare ogni aspetto oppure la ricchezza di essere bilingue, che sono aspetti che hanno aiutato Costanza. Matilde è più persa nella sua condizione reale, annaspa e nemmeno si rende conto di essere forte.

Un romanzo “il più autentico possibile”

Costanza Rizzacasa D’Orsogna voleva creare un romanzo il più autentico possibile, dicendo tutto su ciò che prova una bambina a cui si dà il Dulcorax e che di notte va in bagno quindici volte. Per farlo aveva degli strumenti in più rispetto ad altre persone, ad esempio una madre bulimica. Al tempo della madre tali disturbi dell’alimentazione non erano riconosciuti, non avevano nemmeno un nome. Se non si sa nemmeno di cosa si soffre non si ha nemmeno un punto di partenza per guarire, né un piano d’azione.
Il romanzo rispecchia a pieno l’idea dell’autrice, cioè di narrare ciò che si prova quando si ha un peso di 131 kg. L’idea principale non è quindi quella di fare l’attivista o di promuovere certe tematiche come il body shaming, però questa parte ha preso un po’ il sopravvento sul suo intento letterario, sulla poesia che voleva creare, anche citando autori americani poco diffusi.

I problemi alimentari: la ribellione

Il libro non ha un finale positivo perché i disturbi alimentari sono qualcosa che rimane tutta la vita, cioè anche se si guarisce e si migliora il rapporto con il cibo, si rimane vulnerabili. Eppure la forza ad un certo punto arriva. Costanza tiene sull’inserto settimanale Sette del Corriere della Sera una rubrica che si chiama “anyBody- Ogni corpo vale”. Ogni settimana le scrivono tante persone, che gridano di avere un problema e di volerlo esternare senza vergognarsene. Questo capita a chi è stanco di essere discriminato e a chi è stato rinchiuso per tanto tempo e finisce con il non poterne più. Perché sarebbe bello che le persone non si rinchiudessero o nascondessero, ma convivessero con il loro problema magari cercando di risolverlo, ma non rinunciando alla vita sociale.
Questa voglia di ribellione si manifesta in diversi modi: persone che non usano più filtri nelle foto su Instagram, oppure il movimento #METOO che è un nuovo femminismo, volto a dire basta ad una serie di comportamenti inaccettabili di violenza sessuale e sopruso. Di questa tipologia sono anche alcuni movimenti diffusi negli USA come la Body Acceptance o Fat Acceptance. Sono tra l’altro movimenti che entrano nel romanzo quando Matilde attraversa la fase in cui è 131 kg.

Alcuni dati

In una ricerca condotta da Harvard, si è stimato che negli ultimi dieci anni i pregiudizi contro gli omosessuali e la razza sono diminuiti o rimasti uguali, mentre quelli contro le persone grasse sono aumentati. Spesso vi è una sorta di ultima spiaggia, che è quella in cui la persona consiglia come dimagrire alla persona grassa e poi si supera il limite e certe parole diventano invalidanti.
La stessa medicina a volte confondono il disturbo delle abbuffate incontrollate (Binge Eating Disorder) con l’obesità, ma quest’ultima è solo un sintomo, il cibo è solo uno strumento.

La diversa visione dell’anoressia

Una persona magra, che ha problemi a mangiare viene identificata come una persona in difficoltà e suscita un sentimento di pena. Chi è obeso invece suscita repulsione e non ha la giusta attenzione.
Le percentuali di persone anoressiche sono le stesse in Italia e in America, ma nel nostro paese è diventato una moda, quasi uno stile di vita, visto con benevolenza. Questo crea il doppio nel male nella persona che ne soffre.
A volte comunque vi è discriminazione anche per le persone troppo magre, come nel caso di Elodie a Sanremo. L’eccessiva magrezza resta però un ideale, mentre l’obesità non lo sarà mai.
L’eccezione è la Mauritania dove le giovani promesse spose vengono fatte ingrassare, però con serie conseguenze sulla propria salute, perché rimpinguate di cibo nei mesi precedenti il matrimonio.

Gli uomini di Matilde

Meri Pop, blogger dei cuori infranti, si è soffermata sulla tipologia di uomini incontrati dalla protagonista del libro, Matilde. Ad un certo punto ci si chiede se è una sfortuna incontrare certe persone o se sono le stesse donne che si svalutano così tanto da accettare tutto, chiunque rivolga un accenno. D’altronde il cibo è solo un mezzo per saziare una fame d’amore. L’amore che la famiglia opprimente di Matilde, che la indirizza verso la carriera, non le sa dare. Su di lei si riversano le aspettative che i genitori non hanno realizzato. Una mamma che non riesce a dirle ti voglio bene, ma la chiama cretina e che solo una volta per mail, quando è in America, le manda una dimostrazione d’affetto che però non può sanare anni ed anni di un rapporto di critica.
Questo affetto non ricevuto dalla famiglia lo richiede agli uomini che incontra. Molti di questi sono narcisisti patologici, concentrati su di sé e con il desiderio di distruggerla. Sono persone che nei momenti di soddisfazione vogliono buttarla giù. Ma tanti altri sono uomini comuni che semplicemente non riescono a darle il tipo di amore di cui lei ha bisogno e fuggono, ma senza cattiveria.

La visione della madre

Nonostante la madre sia un peso terribile nella vita di Matilde, lei la capisce. Capisce che è una donna che ha rinunciato al suo sogno di fare la scrittrice accontentandosi di un lavoro in banca, una donna che soffre e verso cui Matilde non prova odio o rancore. C’è una sorta di volontà di perdonare e comprendere chi le fa del male volontariamente. Anche Costanza, scrivendo le prime pagine del romanzo, ha provato queste sensazioni. Le ha scritte di getto, 75 pagine che equivalgono ad una seduta psicoanalitica liberatoria, frutto quindi di ricordi di bambina ma che ha potuto sviscerare a fondo grazie al tempo trascorso. Sua madre era una donna che stava male, ma all’epoca non si sapeva nemmeno cosa fosse la bulimia. A 14 anni come figlia si sentiva colpa della rovina di sua madre. Il tempo le ha permesso di trovare la pace, la non rabbia e una maggior consapevolezza. Per anni non ha capito la madre, ma dopo molto tempo è riuscita a capire la sua sofferenza. Si è vergognata quindi di ciò che provava e ha cambiato il suo punto di vista.

Gli Stati Uniti: un mondo che offre a tutti delle possibilità

Vivendo per tanto tempo negli Stati Uniti Costanza si è resa conto del diverso modo di intendere l’istruzione. Negli Usa ogni persona è libera e trova il suo posto e soprattutto ogni aspetto della persona deve essere nutrito: la matematica è importante per uno scrittore e la letteratura è fondamentale per un fisico o un matematico. Questo tipo di rapporto con le varie discipline non esiste in Italia, non si nutre in toto la persona. Noi idealizziamo il talento e pensiamo che solo possedendolo si possa raggiungere qualcosa. Invece in America c’è la concezione che se ci si impegna si può ottenere tutto.

L’autrice ha concluso l’incontro leggendo alcune pagine del suo libro, dalle quali emerge lo stile del romanzo:

“Non c’è un problema che un farmaco non curi, mamma lo dice sempre. A casa nostra non si parla, si prendono medicine. Così lei mi dà il Dulcolax ogni sera perché sono una bambina grassa. Due compresse, quattro, otto. E io non so che legame ci sia tra il Dulcolax e una bambina grassa, visto che non dimagrisco, tra i lassativi e la bulimia di mia madre, che è magra scarna e il Dulcolax lo sgrana direttamente in bocca, due-tre blister al mattino, e mangia tutto ciò che vuole, e poi va a vomitare. Due dita in gola, finché non torna su, ma a lei ritorna subito. Due dita in gola, è così facile, mi dice. M’incoraggia. Non mi ha insegnato a truccarmi, ma mi ha insegnato a vomitare.”

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Stefano Pivato: la storia d’Italia attraverso la bicicletta https://2020.passaggifestival.it/stefano-pivato-storia-italia-attraverso-bicicletta/ Mon, 07 Sep 2020 10:30:31 +0000 https://2020.passaggifestival.it/?p=75437 L'opera di Stefano Pivato traccia un affresco dell'Italia attraverso la bicicletta. La sua ricerca è racchiusa nel libro Storia sociale della bicicletta (Marsilio), che ha presentato con Chiara Grottoli al Bon Bon Art Café di Fano in occasione della rassegna Buongiorno con Passaggi. Libri a colazione.

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La nuova rassegna Buongiorno Passaggi. Libri a colazione, che si è svolta presso il Bon Bon Art Café, si è conclusa sabato 29 agosto con l’incontro di presentazione del libro di Stefano Pivato, Storia sociale della bicicletta (Marsilio). A dialogare con l’autore, storico ed ex Rettore dell’Università di Urbino, Chiara Grottoli, farmacista appassionata di libri e membro dello Staff di Passaggi Festival.

Ricostruire la storia attraverso la bicicletta

L’incontro si è aperto con una citazione del famoso giornalista sportivo Gianni Brera “Traverso le viti di una bicicletta si può scrivere la storia d’Italia”. Questa frase incarna l’idea del libro, cioè quella di fare un affresco della storia d’Italia a livello sociale, politico, culturale ed economico attraverso i 150 anni di storia della bicicletta. Si può pensare che il libro tratti della storia della tecnica, dell’evoluzione di quella che in fondo è una macchina. In realtà Storia sociale della bicicletta (Marsilio) è il tentativo di leggere la storia d’Italia attraverso questo strumento così particolare e di capire il rapporto del paese con la modernità. La nascita della bicicletta risale al Positivismo e le reazioni furono molteplici.

La bicicletta e i suoi cambiamenti

La bicicletta venne considerata al pari della macchina sia per la sensazione di velocità che per l’idea di libertà. Permetteva infatti di staccare i piedi dal terreno e di avere una velocità di quasi 20 km/h.
In realtà nella sua storia non è cambiata molto. Ci fu il modello senza catena, senza pedali, il biciclo con la ruota grande davanti, il modello “safety” con due ruote e una catena di trasmissione, inventato nel 1885 da un’azienda che però consigliava di frenare anche con i piedi e non affidarsi troppo ai freni della bicicletta. Nelle linee essenziali però non vi furono grosse modifiche. Eppure la sua invenzione sconvolse la società.

Donne e biciclette

Per il mondo femminile la bicicletta fu uno scandalo per due motivi.
Il primo perché permetteva alla donna di allontanarsi dal focolare domestico, considerato il luogo di cui si doveva occupare per la mentalità dell’epoca.
In secondo luogo perché vi erano storie assurde dietro: che la bicicletta fosse una forma di autoerotismo oppure che fosse poco congeniale alla gonna, tipico abito della donna. Le prime donne che indossarono la gonna pantalone a Milano vennero assediate nel 1911 in un negozio in Galleria. Il fascismo negli anni Trenta vietò alle donne di indossare il pantalone.
Anche se per le donne non vi era un divieto formale, ma più che altro di sostanza, durò per lungo tempo. Era legato anche al fatto che per guidare la bici era necessario piegarsi e quindi non indossare il corsetto, che dava una posizione rigida. Ma liberarsi di questo capo d’abbigliamento non era ben visto.
La bicicletta fu quindi una vera e propria rivoluzione antropologica, con effetti anche sulla posizione del corpo della donna. Più avanti venne prodotta una bicicletta senza canna che meglio si adattava  alle esigenze femminili. In alcune nazioni la bici fu strumento di liberazione della donna, ma le femministe italiane non volevano offendere il comune senso religioso e del pudore e quindi non diedero questo significato alla bici.

Preti e biciclette

Per i preti vi era invece un vero e proprio divieto formale di utilizzo della bicicletta, perché scomponeva l’abito, la veste che era quanto di più sacro avessero addosso. Eppure nell’archivio del Vaticano vi sono innumerevoli sospensioni a divinis e denunce verso preti che la utilizzavano. Questa infatti risultava comoda, visto che i preti avevano un territorio vastissimo da coprire e quindi potevano raggiungere prima la casa di un fedele a cui dovevano dare l’estrema unzione. Grazie al Concilio Vaticano II, negli anno Sessanta, Giovanni XXIII tolse l’obbligo della veste lunga e quindi i preti poterono andare in bici.

La politica e la bicicletta

La politica inizialmente vide nella bicicletta uno strumento di propaganda, ma poi la considerò una perdita di tempo che allontanava dall’azione politica.
Pivato sfata il luogo comune secondo cui il fascismo fosse antisportivo, perché modernizzò lo sport femminile, anche se con grande moderazione. Le donne in quanto madri dovevano fare ginnastica e prendersi cura del corpo. Il fascismo ebbe dei dissidi con la Chiesa proprio per l’incoraggiamento nei confronti dello sport femminile, che vedeva ad esempio le donne correre in pantaloncini. Si racconta però che Benito Mussolini osteggiasse il Giro d’Italia e durante le prime edizioni buttasse dei chiodi in strada per bloccarlo, perché la bici era simbolo del capitalismo e andava boicottata.
Oltre alla Chiesa anche il socialismo era contrario all’utilizzo della bicicletta, un socialismo agrario e profondamente conservatore che vedeva nella bicicletta l’allontanarsi dal partito. Vennero indette gare di lettura per allontanare i giovani dalle gare di ciclismo.
Gli unici ad intuire le potenzialità propagandistiche della bicicletta furono i futuristi, che videro velocità e modernità in questo mezzo. Lo stesso Marinetti ed altri futuristi formò il corpo volontari ciclisti e motociclisti, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Alla fine si trattò di una guerra più che altro d’opposizione e non di movimento, quindi venne ben presto sciolto. Eppure i futuristi abbracciarono l’idea della bicicletta, a differenza dei tradizionalisti.

Le gare ciclistiche: Giro d’Italia e Tour de France

L’incontro con Pivato si è svolto proprio nel giorno d’inizio dell’edizione 2020 del Tour de France. Stefano Pivato ha voluto ricordare Sergio Zavoli, morto ad inizio agosto, che ha condotto la trasmissione Processo alla tappa, che commentava il Giro d’Italia.  Inoltre era stato ospite a Passaggi Festival, nell’edizione 2013, dove aveva ricevuto il premio Passaggi.

Per quanto riguarda le differenze tra Giro d’Italie e Tour de France Alfonso Gatto sosteneva che: “Tra Tour de France e Giro d’Italia c’è la stessa differenza tra impressionisti e macchiaioli”.
L’Italia è da sempre un paese ricco di centri abitati, quindi ogni volta che passa il Giro si costruisce un’atmosfera di festa popolare. In Francia invece un quinto della popolazione vive nella capitale, quindi il Tour era considerato una processione circolare che parte dalla capitale e termina nella capitale.
La bicicletta diventa grande in Francia pur essendo nata in Inghilterra. Infatti nell’Esposizione Universale fa da protagonista insieme alla Tour Eiffel. Viene ribattezza la petit reine, la piccola regina. Il Tour è quindi sempre considerato più prestigioso del Giro. Ci fu un solo periodo in cui il Giro fu più prestigioso del Tour: i tempi di Coppi e Bartali, che costituirono una sorta di cura alle ferite lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale.  Finita questa parentesi, il Tour ha continuato a essere la corsa più rappresentativa delle due ruote. I motivi sono molteplici, forse il fatto che restituisce il senso della grandezza francese. Ma anche perché vi è un senso di riverenza nei confronti del vincitore e di rispetto nei confronti di chi perde. A volte in Francia i perdenti sono amati più dei vincitori. È l’esempio di Poulidor che arrivò cinque volte secondo, eppure viene osannato più di alcuni vincitori.

I giornali sportivi

Queste competizioni ciclistiche nascono per vendere più biciclette, ma anche più giornali. La Gazzetta dello Sport diventa quotidiano grazie al Giro d’Italia. Come storico, Pivato spesso viene criticato perché si occupa di storia dello sport. Ma questa non è affatto secondaria, basta pensare che l’Italia ancora oggi è l’unico paese in cui si pubblicano tre quotidiani sportivi, fino poco tempo fa quattro, a differenza di Paesi in cui non se ne pubblica nessuno. Lo sport in Italia è un fenomeno sociale rilevantissimo. Siamo i più grandi consumatori di sport al mondo, per cui si può parlare di storia attraverso lo sport.

Dal ciclismo al calcio

In generale in Italia la bicicletta venne accettata solo al Nord. Il più alto numero di biciclette si riscontrava in Emilia-Romagna sia perché pianeggiante, sia perché la figura principale era il bracciante che aveva una mente molto aperta e moderna. In alcune regioni, soprattutto in Meridione, si fece molta fatica ad accettarla e anche questo dimostra come non sia solo un insieme di due ruote ma molto di più.
Fino al boom economico il ciclismo risultò essere lo sport più popolare. Venne poi soppiantato dal calcio e a questo contribuì l’episodio della tragedia di Superga e la morte del Gran Torino, che crearono la prima grande emozione collettiva dell’Italia nel dopoguerra.
Inoltre tra il 1958 e il 1963 si collocò il boom economico e molte famiglie scoprirono l’andare in vacanza con la Fiat Seicento, caricando la Graziella sul portapacchi. Qui tramontò l’era della bicicletta, anche se si ebbe una piccola ripresa durante la crisi petrolifera.
Il ciclismo è sempre stato lo sport dell’uomo comune, i cui grandi campioni erano umili e permettevano un’identificazione immediata tra uomo della strada e vincitore. Tra l’altro quasi tutti i ciclisti provenivano dalle piccole città.

Scrittori e biciclette

Nell’ultimo capitolo del libro “Biciclette di carta” si parla della bicicletta nell’arte.
Alcune grandi opere sulla bicicletta sono ad esempio il libro di Alfredo Oriani che si intitola propria La bicicletta. Sono state scritte anche numerose antologie, come quelle di Guareschi o Bassani. Cesare Zavattini fu sceneggiatore del capolavoro Ladri di biciclette. Ma secondo Stefano Pivato i versi più belli sono quelli di Stecchetti, che riporta anche nel suo libro sia in italiano che in dialetto romagnolo.

La bicicletta è oggi il primo strumento del tempo libero dell’italiano perché, nonostante nacque come strumento dell’aristocrazia, è accessibile a tutti e genera sensazioni di libertà e benessere che chiunque può provare.

 

 

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Sulle ali dell’amicizia con il filosofo Pietro Del Soldà https://2020.passaggifestival.it/ali-amicizia-con-pietro-del-solda-filosofo/ Fri, 04 Sep 2020 08:52:37 +0000 https://2020.passaggifestival.it/?p=75386 Un'affascinante riflessione sulla visione dell'amicizia nell'Antica Grecia, nella filosofia di Nietzsche e nell'attuale società. Pietro Del Soldà racconta l'amicizia nei suoi vari aspetti, dialogando con Carolina Iacucci nella cornice della Chiesa di San Francesco, in occasione della Rassegna di Saggistica (e non solo) di Passaggi Festival.

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La seconda giornata della Rassegna di Saggistica (e non solo) presso la Chiesa di San Francesco, si è aperta con il filosofo Pietro Del Soldà, che ha presentato il suo ultimo libro Sulle ali degli amici. Una filosofia dell’incontro (Marsilio Editore). Un libro che è un vero e proprio incontro filosofico sul valore dell’amicizia, ispirato a grandi esempi del mondo greco.
Nella splendida cornice della Chiesa di San Francesco, l’autore ha conversato con  Carolina Iacucci, insegnante e critica letteraria che fa parte dello Staff di Passaggi Festival. 

Un libro sull’incontro, nell’epoca del distanziamento

Le vicende legate a questo libro sono un po’ particolari. Innanzitutto parla del tema dell’amicizia, quindi dell’incontro dell’altro, ma in tempi in cui l’altro è un potenziale pericolo e in cui per interagire bisogna rispettare il distanziamento. Il sottotitolo – una filosofia dell’incontro – sembra quasi un monito ad evadere le regole sanitarie.
Inoltre la data di pubblicazione, 12 marzo 2020, corrisponde al giorno in cui hanno chiuso le librerie. Il libro è quindi rimasto per mesi in quiescenza, in attesa della riapertura delle librerie.
Quella tenutasi presso Passaggi Festival è di fatto la prima presentazione ufficiale.

Philia: l’amicizia per i Greci

Per il mondo greco la vera salute consiste nella philia, amicizia. Oggi invece si ritiene importante preservare il proprio io e rinunciare alle proprie amicizie, per evitare il contagio.
Pietro Del Soldà ha da sempre voluto scrivere un libro sull’amicizia, che ritiene architrave della sua esistenza. Il libro cerca di comunicare l’urgenza di un contatto più profondo, attraverso le interpretazioni di Socrate, Platone, Artistotele ma anche di filosofi meno antichi. Il contatto con il prossimo, con l’amico non è solo un aspetto marginale della vita da inquadrare in una cena o in un angolo accanto a cui poi ci sono le cose serie. Come se ci fosse una privatizzazione dell’amicizia, un diaframma che separa “le cose importanti e serie” dagli “amici”, relegandoli ad un compartimento stagno e un mero pretesto di svago per poi tornare ognuno alle proprie vite. Secondo i Greci “l’amicizia metteva in gioco le persone e consentiva loro di vivere come ‘animali politici’”. Il rapporto tra philoi era proprio il cemento della polis, come afferma Aristotele nell’Etica Nicomachea.
Oggi c’è una tendenza ad aver timore a mettersi in gioco, che con la pandemia si è poi rafforzata.

La morte di Socrate: un esempio per capire l’amicizia

Socrate ha una visione dell’amicizia un po’ particolare. L’amicizia non  è un mero rifornimento narcisistico, per gratificare il proprio io. Già l’Atene nel V secolo a.C. stava deviando dal concetto di philia: i rapporti venivano vissuti in modo edonistico, strumentale e non vi era una messa in gioco di sé nella polis. Socrate allora come una torpedine dà una scossa alla situazione incarnando una radicalità dura da sostenere, anche per i più sapienti.
La sua morte diventa un emblema della sua visione dell’amicizia. Costretto, con accuse ingiuste, a scegliere tra l’esilio o la morte, Socrate preferisce morire. Nel momento in cui si sta avvicinando la sua condanna a morte, capisce di aver fatto la scelta giusta, perché così facendo ha fatto trionfare la filosofia, sia come amore per il sapere che come conoscenza di chi è amico. Lo capisce perché con la sua scelta, grazie all’aiuto degli amici, ha messo a tacere la paura più grande: quella della morte.
Gli amici però non lo comprendono ed iniziano ad organizzare per lui una fuga, cercano di sottrarlo in tutti modi a questo destino, perché la vedono come la perdita terribile dell’amico più prezioso. Sembra molto umano questo loro disperarsi e volerlo salvare. Invece Socrate legge tutto questo come una mancanza di vera amicizia. L’amico è colui che ti aiuta a superare la paura della morte, e la tirannia che questa paura esercita su di noi, a volte costringendoci a volersi preservare a tutti i costi in vita.

Il movimento cosmico

L’amicizia non è simmetrica, né cristallizzata ma è un’energia che spinge a ricongiungerci con la materia informe e con la natura in costante movimento. La vera amicizia non è consolazione, ma una spinta all’inquietudine.
La philia ci spinge ad essere in armonia con il cosmo e in continuo movimento, a non assestarci e ad accogliere la sfida della vita. Anche il so di non sapere è una continua rimessa in discussione, rimettersi in sintonia con questo movimento cosmico.

“L’amicizia è dispersione dei tesori accumulati, è continua rimessa in gioco delle certezze consolidate, delle abitudini tranquillizzanti a cui mi verrebbe spontaneo aggrapparmi per non finire travolto dall’onda di piena che sommerge il mondo là fuori.”

La Chora, divenire incessante

Nel Timeo Platone chiama questo divenire incessante Chora e vi è un demiurgo che plasma e dà forma a questo informe flusso. Ma Chora si nasconde dentro ognuno di noi e non va dispersa. Per quanto a volte possa far male, perché ricorda la continua provvisorietà della nostra vita, non va rinnegata.

“Il contatto con la chora, che ci espone all’incertezza indomabile della vita, non va quindi vissuto come una sciagura inevitabile , anche se a volte può farci male e suscitare in noi molta paura: è la precondizione della bellezza e dell’amicizia. Dimenticare questo contatto e quest’origine, tentare, in altri termini, di rimuovere la necessaria provvisorietà di ogni cosa, nell’illusione che sussistano idee, valori, significati e dogmi scolpiti nella roccia e validi per chiunque allo stesso modo e in ogni tempo, è il più grave errore che possiamo commettere: è hybris, tracotanza che condanna alla solitudine del tiranno, l’uomo senza amici. Il miglior modo di stare al mondo consiste nel riuscire a comporre ciascuno la propria musica, in modo tale da saper restituire la complessità indicibile da cui proviene.

L’amicizia ci può far sentire parte della physis

Secondo Pietro Del Soldà il fatto che dobbiamo prendere delle precauzioni per proteggere il pianeta da noi stessi indica che ci sentiamo distaccati dalla natura. Per i Greci l’uomo era parte della physis, una espressione delle tante espressioni della physis. L’annuncio cristiano, novitas, scosse questo mondo ponendo l’uomo al centro. Da allora la natura è considerata un serbatoio di risorse da cui l’uomo, essere superiore, può attingere in qualsiasi momento. Anche la scelta ecologista, che è un doversi imporre di rispettare la natura indica una scotomizzazione dell’uomo da essa. L’esperienza di amicizia può essere uno stimolo per sentirci tutti parte della physis e per rendere il mondo un posto migliore.

Amore e amicizia

Come sostiene Michel de Montaigne, l’amicizia è un territorio diverso dall’amore e molto più fertile. L’amore passionale è un fuoco che arde veloce e che consente di raggiungere delle vette di piacere, ma si discosta molto da quel fuoco calmo e mite dell’amicizia che consente di cucinare ben altro. Perché alla base dell’amicizia c’è la conoscenza. L’idea di amicizia di Montaigne si distacca da quella di Aristotele, perché è molto meno politica, meno estesa ma più pura. Le sue idee sull’amicizia derivano dal rapporto che ebbe con La Boétie, entrambi amanti di studi classici e consiglieri. Montaigne stesso nella sua vita non rinunciò  a nessuno dei due aspetti, amore e amicizia, ma ne sottolineò la differenza.
Pietro Del Soldà si dice invece di voler essere cauto nel tracciare questo confine netto tra amore e amicizia.

La visione dell’amicizia secondo Nietzsche

Nietzsche ha una visione dell’amicizia “atomizzata”. Come afferma nella Gaia Scienza, l’amico è colui che solca il tuo stesso mare, talvolta lo incroci, getti l’ancora vicino a lui, passi del tempo con lui ma poi bisogna procedere la navigazione necessariamente separati e lontani. È necessario allontanarsi per realizzare il proprio compito e può essere che realizzarlo ci cambi tanto da non farci riconoscere più l’amico quando lo vediamo. Secondo Nietzsche però è necessario che sia così l’amicizia, perché rintanarsi nello stesso porto non dà stimoli.

“È un’amicizia stellare, scrive Nietzsche, che forse, in una remota orbita siderale, manterrà saldo il vincolo sacro, mentre nel frattempo, sulla terra e nei mari, per gli amici continua il viaggio.”

Ci può essere comunque una visione che vada oltre la drammaticità di Nietzsche. Si può mantenere l’amicizia anche quando ognuno procede nella sua direzione, perché l’amicizia prevede inevitabilmente momenti di solitudine, di distanza, di ricordi ma può contemplare dei momenti di vicinanza anche nella distanza.

La polarizzazione amico-nemico

Da un’analisi della civiltà odierna si intuisce quanto si è distanti dalla concezione di Aristotele: l’amicizia non è più cemento della polis. Oggi si crede più alle parole di Hobbes, secondo il quale ogni uomo cova il desiderio di nuocere all’altro. Infatti i grandi leader politici di oggi, come ad esempio Trump, credono molto nell’utilizzo di parole come amico-nemico. D’altronde la retorica si è sempre servita dell’individuazione di un nemico comune, come strumento di consenso. La caduta del muro di Berlino, nel 1989, aveva fatto pensare ad un periodo di pace ma solo illusorio. Infatti nel 2001 l’illusione è tramontata. Oggi il cemento della polis non è più la philia, ma quasi una spasmodica ricerca di un nemico.

La critica di Platone alla scrittura

Platone mosse una critica radicale alla scrittura, dicendo che non poteva essere uno strumento conoscitivo ma solo uno strumento mnemonico. Secondo lui il sapere non poteva condensarsi in una pagina scritta.  Ma la scrittura, per quanto imperfetta, è un continuo mettersi in gioco, che agisce come spinta al dialogo, all’amicizia e alla ricerca della felicità. Quest’ultima si ottiene mettendo in pratica l’amicizia. La bellezza della scrittura è che non è ferma su ciò che c’è scritto, ma va oltre i suoi stessi limiti e fa agitare, mette in contatto con se stessi, spinge in profondità e fa vedere il proprio movimento interno.

 La riflessione sulla professione radiofonica

La radio è uno strumento che crea una relazione senza il contatto con la persona. Eppure secondo dei sondaggi, il 59% dei cittadini europei ha grande fiducia in ciò che ascolta alla radio. Questo strumento ci fa domandare se si può fare a meno dei corpi in un rapporto di amicizia. In realtà non ci sono regole, però la radio funziona proprio perché si sente la necessità di dialogare, di raccontare ma in modo “orizzontale” cioè essendo sullo stesso piano. Come diceva Bertold Brecht: “La radio dovrebbe di conseguenza abbandonare il suo ruolo di fornitrice e far sì che l’ascoltatore diventi fornitore”.

L’amicizia con Álvaro Mutis

Álvaro Mutis fu un grande scrittore colombiano che dopo diverse poesie scrisse un ciclo di racconti. Come protagonista di questo ciclo vi era un marinaio, Maqroll il Gabbiere, che aveva il compito di sorvegliare l’orizzonte. Quest’uomo solca il mari con improbabili navi e ogni tanto si incontra con due figure amiche, una donna e un uomo libanese. Quest’immagine richiama alla mente l’idea di amicizia di Nietzsche.
Quando si incontrano questi uomini sentono vibrare dentro di sé le ali dell’amicizia ed è qui che prende spunto il titolo del libro.  Ecco perché ha deciso di omaggiare Álvaro Mutis, sia per gli spunti tratti dalle sue opere ma anche perché è stato per Pietro Del Soldà un vero amico, che ha saputo portare la visione dell’amicizia dentro la sua letteratura. È un gesto di gratitudine per Álvaro Mutis, anche se secondo Michel de Montagne “L’amico è colui a cui non dobbiamo dire grazie” perché si è talmente fusi con lui che non esistono servigi o favori ma si agisce spontaneamente per e con l’altro senza perdere le proprie caratteristiche.

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Valerio Massimo Manfredi: raccontare la storia per emozionare https://2020.passaggifestival.it/valerio-massimo-manfredi-raccontare-storia-per-emozionare/ Wed, 02 Sep 2020 06:59:25 +0000 https://2020.passaggifestival.it/?p=75308 Valerio Massimo Manfredi ha raccontato sul palco di Piazza XX Settembre il suo ultimo libro Antica Madre. Ispirato dal Naturales Quaestiones di Seneca, ripercorre la spedizione romana sul fiume Nilo attraverso le vicende immaginarie di Varea, una ragazza etiope. Caricata su una carovana diretta a Roma e destinata alle venationes, di lei si innamora il centurione Furio Voreno. Un racconto che sa emozionare, perché senza emozioni la vita non vale la pena di essere vissuta.

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Nell’ultima giornata dell’ottava edizione di Passaggi Festival, lo scrittore, archeologo e storico Valerio Massimo Manfredi ha concluso la rassegna Grandi Autori presentando la sua ultima opera Antica Madre (Edizioni Mondadori). Manfredi ha rapito il pubblico di Piazza XX Settembre raccontando la spedizione romana nel Nilo, su cui ha costruito la storia di una ragazza dalla pelle colore dell’ebano, che fa innamorare il centurione Furio Voreno. Il suo racconto è quello di un “modesto studioso che si diverte a ragionare”.

Il Naturales Quaestiones: l’idea per il libro di Manfredi

Manfredi inizia il suo dialogo dicendo che dobbiamo voler bene al nostro paese, perché nessuno ha un paese come il nostro con i suoi ventotto secoli di storia.
Il suo ultimo libro, Antica Madre nasce per caso: un giorno stava cercando Naturales Quaestiones, un’opera di Seneca, il filosofo che ha saputo domare un individuo come Nerone. Lo ha iniziato a sfogliare e si è imbattuto per caso in un dettaglio che non aveva mai considerato. Si tratta di una frase:

“Lì vedemmo due rocce dalle quali scrosciava con impeto una grossa vela. Sia essa la sorgente, sia un affluente del Nilo.
(Dalla testimonianza di un centurione romano a Seneca).” 

Questa frase si riferisce ad un’impresa titanica. Sembra che Nerone stesse sviluppando un interesse particolare verso la zona dell’attuale Nord Sudan, forse per l’oro. Tutto l’oro delle tombe dei Faraoni veniva da una zona detta Berenice Pancrisia, che significa “tutta d’oro”. Il suo interesse era però rivolto ad una spedizione e non ad una guerra, perché per quanto fosse bizzarro Nerone era un tipo pacifista, perlomeno fino a che ebbe vicino Seneca e i suoi consiglieri. Ma accanto a sé aveva anche dei generali indistruttibili, che allestirono flotta ed esercito  e si avventurarono in zone con animali selvatici e tribù mai viste prima.

La piena del Nilo

Il Naturales Quaestiones di Seneca è un libro che indaga sui fenomeni naturali e si pone interessanti domande a riguardo. Per esempio perché l’acqua dei fiumi scorre sempre, perché in certe zone si formano i laghi, quale sconosciuta forza che non conosciamo squassi i terremoti. D’altronde non si conosceva ancora la teoria delle placche. La sua attenzione era rivolta anche al Nilo e allo strano fenomeno delle piene. Il fiume infatti prima inondava tutto e poi si ritirava. Questo fenomeno aveva una ripercussione diretta sulla vita dei Romani, perché dall’Egitto proveniva il grano, con cui si faceva il pane e con il quale si sfamava il milione di romani. Capire l’esondazione del Nilo era quindi fondamentale.
La curiosità si spostò verso le sorgenti, perché forse lì vi era la causa. Venne ipotizzata la presenza di neve nel Kilimangiaro o nelle Montagne della Luna, che sciogliendosi aumentava il livello d’acqua del fiume.  Inoltre alla sorgente del Nilo vi era un lago pieno d’acqua, che esercitava una pressione fortissima.

Disassemblare le navi

Visto che secondo Seneca il filosofo doveva mettere la sua mente a servizio delle persone, pensò di premere su una spedizione alla sorgente del Nilo. Questa spedizione vedeva la partecipazione di due centurioni, alcune centinaia di legionari e dei pretoriani, che non lasciavano mai la capitale, essendo la guardia dell’Imperatore. Probabilmente la funzione che svolgevano in questa spedizione era simili agli odierni servizi segreti. La spedizione per indagare la situazione del Nilo costituiva una sfida di oltre 6000 km. Inoltre vi era l’aggravante che risalirlo da Nord a Sud significava percorrerlo in direzione contraria al normale corso. Il Nilo però ha cinque cateratte, quindi ci voleva una strategia. La stessa strategia che i Fenici avevano utilizzato per portare le navi ad Alessandro di Macedonia nella zona del Tigri ed Eufrate. Il segreto era costruire i pezzi delle navi, smontarle, caricarle su carri che bypassavano la cateratta e poi rimontarle una volta superata la cateratta e riprendere la navigazione. Cartagine, nella sua biblioteca, custodiva preziosi segreti di navigazione. Si pensa che questi segreti siano giunti anche ai Romani.

Il ritorno a casa

Sembra che, dai racconti, abbiano veramente percorso il Nilo. Eppure fino all’800 la sorgente del Nilo era un luogo segreto, esploratori come Livingstone hanno fatto di tutto per scovarla.
Questi legionari e i loro centurioni erano indistruttibili. Alcuni di questi dopo la spedizione del Nilo sono riusciti a tornare a casa e uno di loro ha scritto un diario e Seneca lo cita in quelle poche righe che ci ha trasmesso. Al ritorno a Roma non ebbero alcuna celebrazione. Tra l’altro la situazione in patria era degenerata con la Congiura dei Pisoni. Il racconto di Manfredi è ispirato a questa vicenda, ma immaginario.
Perché uno scrittore senza immaginazione è come un atleta senza muscoli. Bisogna però che il racconto abbia un aspetto verosimile.

L’incipit di Antica Madre

Nell’incipit si parla di soldati romani che vanno a caccia di animali selvatici nel Nord Africa e li riportano a Roma per usarli nelle venationes nell’Arena. Probabilmente si sono estinti molti animali selvatici in questo modo.
C’era un popolo che viveva in tutto il continente, chiamati etiopi perché significa “dalla faccia bruciata”.
L’animale più selvatico è una ragazza etiope, che non significa proveniente dall’attuale Etiopia, ma di pelle bruna. I Romani pensavano di averla catturata per farla combattere nell’Arena. Invece lei stessa si era fatta portare a Roma, perché cercava un uomo, un eroe: l’Ercole nero, che aveva al collo una medaglia come la sua.
Questo incipit è una vicenda di sua invenzione, ma anche Omero e Dante parlano di vicende inventate.  Probabilmente nel continente africano c’era una tribù potentissima, con radici lontane.Tutte le regine e i re discendevano dall’Antica Madre. Sappiamo che l’umanità è nata lì, da donne.
Gli eroi vengono a sapere che c’è un tempio e in un sarcofago c’è un’antica e piccola mummia, perché è l’Antica Madre. Mentre si aggirano restano sbalorditi da un’armatura di un guerriero omerico, da cui discendono tutti i re.

L’importanza delle emozioni

A volte i racconti storici sembrano perdite di tempo. I grandi maestri ci hanno insegnato come si scrive la storia. Ma i libri di Manfredi hanno un altro scopo: non trasmettere le nozioni, ma le emozioni.

“La vita non è vita senza emozioni. Una calma piatta senza un brivido di vento, senza una piccola onda. Una vita senza emozioni non vale la pena di essere vissuta.”

Nell’Odissea, nei suoi versi, scaviamo pezzi di verità storica. Alcuni pezzi non ci fanno dire che è storia, tuttavia non possiamo farne a meno. I quattro Vangeli ne sono un esempio perché trasmettono, con la Passione di Cristo, un’emozione fortissima anche se non possiamo verficarla.
Il mondo della scrittura è complesso, ma ci deve essere la capacità di comunicare emozioni perché ricordiamo meglio ciò che ci emoziona. Le emozioni sono tante e la vita non ha senso se privata di queste.

La felicità è necessaria

Dopo i saluti conclusivi e i ringraziamenti del direttore di Passaggi Festival Giovanni Belfiori, Valerio Massimo Manfredi ha aggiunto una sua riflessione.
Le sue origini da figlio di un piccolo agricoltore, gli hanno dato esempi enormi. Quando suo padre e sua madre sono stati colpiti dalla malattia e dalla vecchiaia li vedeva ringhiare contro il destino crudele e non piegarsi mai. Così le prime volte che impugnava le maniglie delle porte di una scuola, per insegnare, si sentiva addosso l’enorme responsabilità ci coltivare la loro mente, che sarebbe stata quella di uomini un giorno.
A loro diceva sempre che la felicità è necessaria, che bisogna essere felici perché si vive una volta sola. Così saranno felici anche gli altri, i nostri figli e i nostri genitori diranno “non li ho messi al mondo per niente”.
La felicità non è dalla pelle in fuori, è dalla pelle indentro. La felicità parte dalla scatola cranica, che elabora pensieri di Kant, di Socrate, di Seneca e di tutti i grandi maestri. Ha sempre pensato a Dante e al suo colosso.

La mente è tutto quello che abbiamo.

 

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Cinzia Sciuto: la laicità come risposta al multiculturalismo https://2020.passaggifestival.it/cinzia-sciuto-laicita-risposta-multiculturalismo/ Tue, 01 Sep 2020 09:24:45 +0000 https://2020.passaggifestival.it/?p=74994 Nella cornice sempre magica della Chiesa di San Francesco, si è svolto uno dei primi incontri di Passaggi Festival 2020. L’autrice Cinzia Sciuto ha presentato il suo libro Non c’è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo che era già stato pubblicato da Feltrinelli nel 2018, ma quest’anno è uscito nella collana Economica dello […]

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Nella cornice sempre magica della Chiesa di San Francesco, si è svolto uno dei primi incontri di Passaggi Festival 2020. L’autrice Cinzia Sciuto ha presentato il suo libro Non c’è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo che era già stato pubblicato da Feltrinelli nel 2018, ma quest’anno è uscito nella collana Economica dello stesso editore. A conversare con lei, il direttore di Passaggi Festival Giovanni Belfiori e il giornalista Marco Bracconi che poco prima, nella medesima cornice, ha presentato il suo libro La mutazione  (Bollati Boringhieri, 2020).

Un sottotitolo problematico

Quello di Cinzia Sciuto è un libro calato sui problemi del presente, che cita temi come immigrazione, femminismo e multiculturalismo. L’autrice ha confessato di aver posto un sottotitolo- Manifesto laico contro il multiculturalismo– che ha provocato diversi malintesi, ma che l’editore ha appoggiato per la capacità di aprire un dibattito su temi molto attuali. Il giornalista Bracconi ha confessato di averlo già letto in passato, ma di averlo riletto ora sentendosi spaventato dal fatto che in questo momento non si parla più tanto di certe tematiche, essendo tutti presi dalla grande emergenza sanitaria. Il libro di Cinzia Sciuto è un libro che si muove sul piano politico, da non confondere quindi con quello antropologico. Inoltre è un’opera che invita a non calarsi nella retorica della tradizione e del “si è sempre fatto così”.

Il multiculturalismo

Il libro di Cinzia Sciuto viene definito da Bracconi “un calcio negli stinchi” ad un modo di pensare tipico della sinistra, che sostiene il multiculturalismo e crede che ogni cultura debba avere un proprio posto contrattuale nella società. Cinzia Sciuto sfida il multiculturalismo, perché questo tende a considerare le varie culture come monoliti o oggetti netti e distinti. In realtà, le culture sono degli agglomerati che portano ognuna con sé una visione del mondo, delle spiegazioni, delle norme di relazione, delle tradizioni che a volte stridono con il progresso civile e politico. Sono quindi dei processi sociali in continua evoluzione e dare definizioni contribuisce a creare una solidificazione delle stesse. Oggi si tenta, attraverso l’essenzialismo, di manipolare una cultura e dire con certezza che cosa è e che cosa non è, favorendone la staticità.

Non esiste un’ identità culturale

Demolita quindi la definizione di cultura che porta in grembo il multiculturalismo, la tesi che emerge da parte dell’autrice è la non esistenza di un’identità culturale. Vero è che spesso tendiamo ad identificarci in una cultura e in nome di questa ci sentiamo minacciati da altre comunità e dalle loro diverse culture. A volte ci chiediamo fino a che punto la libertà individuale può essere messa da parte per rispettare “le norme” della comunità in cui viviamo o fino a che punto una religione possa dettare il mio comportamento. Tutto ciò è normale se si crede nell’esistenza di un’identità culturale, concetto che per Cinzia Sciuto non esiste. Infatti, nel suo personale esempio, dice di non voler dirsi parte di una cultura che è la stessa di alcuni esponenti politici con idee diametralmente opposte dalle sue, con condivide solo la nazionalità. O la stessa cultura italiana che nel 1981 tollerava ancora il delitto d’onore. Non esiste quindi una identità culturale, ma al più un’identità individuale. Il fulcro si sposta dai gruppi all’individuo.

La laicità come risposta al multiculturalismo

Il secondo capitolo del libro si intitola “Laicità come precondizione della democrazia”, quindi una condizione importante per permettere a chiunque di accedere allo spazio pubblico e partecipare alla vita politica alla pari con gli altri. Laicità non è il contrario di credere in una fede, ma è il contrario di fondamentalismo. La laicità è riferita a qualsiasi tematica, anche al di fuori della religione, è una risposta a qualsiasi situazione in cui un capo (vescovo, capo di partito) afferma che una persona abbia o meno un determinato diritto.

“Tornando alla laicità, essa non è affatto, dunque, nemica della fede. Anzi, in una società complessa, la laicità è la migliore amica della fede, o meglio: delle fedi. Sono (anche) i credenti […] ad avere molto da guadagnare da un contesto sociale nel quale la religione sia affare privato di ciascuno e lo Stato assicuri a tutti la libertà di praticare la propria fede ma anche di non praticarne nessuna, e più in generale garantisca a ciascuno […] i diritti fondamentali.”

[…]
“Non si tratta dunque per lo Stato di assumere un atteggiamento di mera indifferenza nei confronti delle diverse confessioni religiose, né tanto meno di svolgere una funzione di “arbitro” fra di esse, ma di garantire tutte quelle precondizioni – e sono numerose – affinché ciascun cittadino possa determinare in autonomia la propria vita e il proprio orizzonte di valori.”

L’Islam: non un solo credo

Il libro è strutturato in cinque capitoli. Il terzo è dedicato all’Islam. Bisogna partire dal presupposto che di Islam non ce ne è uno solo, ma ne esistono tantissime varianti, quasi “una per ogni musulmano vivente”. È scorretto pensare che la donna musulmana sia necessariamente una donna che porta il velo. Quest’ultimo è un tema attuale molto discusso, spesso con molto approssimazione. È necessario un dibattito aperto, senza tabù.
Innanzitutto quando si parla della questione del velo, non si parla di un mero capo d’abbigliamento, ma del significato che porta con sé. Coprire una donna nella religione ha da sempre significato modestia e, come si legge nella Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, implica una considerazione della donna come dominio dell’uomo. “L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché è egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo”.
In secondo luogo, il velo non è di mera pertinenza dell’Islam, ma ci sono diverse religioni tra cui anche il cristianesimo. Quando se ne parla quindi, non ha senso categorizzarlo come un discorso islamofobico o razzista, ma è un discorso critico ad un elemento culturale che accomuna diverse credenze.

Velo e libertà di scelta

Quando si parla di velo spesso ci si sofferma sulla sua obbligatorietà o meno. Di fronte ad una donna che sceglie liberamente di metterlo è come se ci fosse la cessazione di ogni discussione. Eppure vanno sondate le condizioni di tale libertà. Se la donna è stata una bambina che ha subito pressione di vario genere da parte dei genitori musulmani o di altre minoranze in cui si è soliti mettere il velo, è vero che nessuno fisicamente la obbliga ma c’è tutto un contesto educazionale che ha esercitato una pressione su di lei. Cinzia Sciuto riporta infatti alcune frasi che si dicono alle bambine, come ad esempio “se non metti il velo i tuoi capelli bruceranno all’inferno”. Questo fa capire che, se cresciute in tale ambiente, sarà molto difficile poi scegliere con libertà di metterlo o non metterlo.
Comunque ci sono donne che hanno deciso di convertirsi in piena libertà, senza aver ricevuto un’educazione. Anche in questo caso c’è comunque un valore che quel velo ha e di cui si può parlare ed è necessario farlo, non per discriminare o per categorizzare, ma per cercare di capire. Perché una persona che porta con sé un simbolo di modestia della donna, può non essere nelle corde di alcune delle innumerevoli identità individuali.

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I consigli del medico Pier Luigi Rossi: dall’alimentazione all’istruzione medica, passando per il Coronavirus https://2020.passaggifestival.it/consigli-dottor-pier-luigi-rossi-alimentazione-istruzione-medica-coronavirus/ Tue, 01 Sep 2020 08:13:30 +0000 https://2020.passaggifestival.it/?p=75256 Sul palco centrale di Piazza XX Settembre si è tenuto un interessante incontro con il medico nutrizionista che ha da poco realizzato "Le ricette della buona salute. Il piacere di un’alimentazione consapevole" (Aboca Edizioni)

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Sul palco centrale di Piazza XX Settembre si è tenuto un interessante incontro con il dottor Pierluigi Rossi, medico nutrizionista che ha da poco realizzato Le ricette della buona salute. Il piacere di un’alimentazione consapevole (Aboca Edizioni). In questo libro mette in pratica, con delle vere e proprie ricette, la sua vasta conoscenza in ambito alimentare. Durante l’incontro ha anche rivelato gli ultimi risultati di ricerca in merito al SARS CoV-2 e alla malattia che causa, chiamata COVID-19. A condurre questo incontro della Rassegna Grandi Autori c’era Patrizio Roversi, famoso per i programmi televisivi Linea Verde e Turisti per caso. 

Alimentazione e Coronavirus sono argomenti medici che ci riguardano tutti in prima persona. Pier Luigi Rossi è riuscito a fornire al pubblico interessanti informazioni su entrambi. Sarebbe più corretto chiamarlo medico perché, come ha spiegato Roversi, il termine dottore è generico mentre la parola medico contiene in sé una funzione. La funzione del dottor Rossi si è trasformata nel tempo: da quello di primario ad Arezzo, a quella di professore universitario a Sassari, Bologna e Roma.

Medicina è prevenzione

È fondamentale che un medico si impegni per fare prevenzione. La medicina preventiva si fonda sull’istruire le persone e dar loro una giusta consapevolezza su argomenti quali l’alimentazione. Infatti, come afferma Pier Luigi Rossi, ogni volta che compiano il gesto di avvicinare la mano dal piatto alla bocca dobbiamo farlo con una giusta consapevolezza, perché quel gesto può essere causa di varie malattie. Dedicarsi alla conoscenza è parte integrante del dovere di un medico, che non può limitarsi a prescrivere esami diagnostici o terapie, ma può essere medico anche con la testimonianza. La parola in medicina è carità, aiuta a capire e guarire se possibile. Per questo Pier Luigi Rossi ha deciso di dedicarsi all’educazione scientifica, sia insegnando all’università che scrivendo libri di divulgazione per la casa editrice Aboca.

Mangiare bene, con piacere

Mangiare bene non significa darsi delle misure punitive o restrittive. Il primum movens deve essere sempre il piacere, perché se il cibo non ci desse piacere faremmo una grande fatica a mangiarlo. Dobbiamo mangiare con tutti i nostri cinque sensi, poi vi è un sesto senso che è l’intestino e che va riscoperto e non banalizzato come bersaglio di patologie da risolvere con un farmaco.
Il cibo è un passaggio, che va vissuto con lucidità. Non si può parlare quindi di cibo solo tramite le calorie, ma è molto di più.

Dalle calorie alle molecole

Il criterio di una dieta sana non sono le calorie, ma il piacere. Mangiamo in modo sempre disordinato e vorace e non sappiamo più cosa sia il piacere di un buon cibo. In una metafora, il dottor Rossi ha spiegato che una ricetta con più ingredienti è un teatro dove ogni ingrediente è un attore e ogni attore ha il suo linguaggio e possiamo creare un dialogo con gli alimenti che stiamo mangiando. Ad esempio il pomodoro è rosso perché contiene licopene che è un importante carotenoide. Il rosso, che permette di difenderlo dal sole e dagli insetti, entra poi nel nostro organismo e il licopene, con la sua formula chimica, va nelle cellule e poi agisce sul DNA di ogni singola cellula, modulando e provocando alcune reazioni.
Parlare di calorie è riduttivo, perché introducendo un piatto di pasta o una certa quantità di formaggio possiamo anche aver introdotto le stesse calorie, ma sul nostro organismo gli effetti sono completamenti diversi. La pasta innalzerà la glicemia e attiverà quindi il rilascio di insulina; con il formaggio si assumeranno proteine e grassi. Un livello di insulina elevato favorisce l’accumulo di grasso e la condizione di prediabete.

Ricette pratiche: dalla colazione alla cena

Patrizio Roversi definisce il libro di Pier Luigi Rossi un coronamento del lavoro fatto con i quattro libri precedenti, che mette in pratica tutti i consigli e le informazioni dette finora. È necessario conoscere, ma poi occorre il mettere in pratica ciò di cui si è fatto tesoro ed è ciò che accade in quest’opera Le ricette della buona salute. Il piacere di un’alimentazione consapevole (Aboca Edizioni). Un libro che entra nella quotidianità e aiuta ad approcciarci al cibo con consapevolezza, ma anche non perdendo mai il piacere della tavola. Le ricette sono divise in base al pasto in cinque sezioni: colazione, spuntino, pranzo, spuntino, cena. Un vero e proprio edonismo alimentare.

Il virus, una nuova sfida

Secondo il medico Pier Luigi Rossi, il virus e quindi la pandemia ci hanno colti impreparati sul piano scientifico. Bisogna umilmente ammettere che non abbiamo una giusta visione della patologia, perché ci muoviamo attraverso schemi verticali. Si studiano le varie patologie in base all’organo: il cuore, il polmone, il rene. Gli ospedali stessi sono organizzati in Divisioni, Unità Operative, Blocchi. Ma il sangue non ha una visione verticale, arriva su tutto l’organismo seguendo una visione orizzontale. Mangiando introduciamo molecole che cambiano la composizione del nostro sangue e che poi vengono portate a tutti i nostri organi. Questo fa capire l’importanza dell’alimentazione, che è molto più del calcolo delle calorie.

La medicina sistemica

La medicina è in continua evoluzione e si sta passando sempre più da una medicina “della sintomatologia”, cioè legata alla cura del singolo sintomo, ad una medicina sistemica, che inserisca il singolo problema in un quadro più ampio e cerchi di agire considerando la persona in toto.
Per esempio quando si ha ipertensione arteriosa si prende una pasticca e si pensa di risolvere il problema. Quando si interromperà la terapia, quel problema si ripresenterà, cronicizzerà e non si estirperà mai veramente. Allora è necessario conoscere la causa: un chilogrammo di grasso contiene circa tre chilometri di capillari, quindi se una persona ha dieci chilogrammi di grasso in più avrà anche trenta chilometri di capillari in più. Questi chilometri sono quelli che devono percorre i nostri cinque litri di sangue (tutti abbiamo questa quantità), su spinta della pompa cardiaca, che porta il sangue in tutto l’organismo. Quindi se il sangue ha strada in più da fare, il cuore si adatterà aumentando il battito cardiaco e la pressione per permettere la circolazione che consiste nel partire da un punto e ritornare nello stesso punto. Ma l’aumento pressorio è subdolo, l’ipertensione infatti danneggia l’endotelio. Si è visto nelle statistiche dell’istituto Superiore di Sanità che tra le persone morte di Covid-19, molte erano ipertese.

Coronavirus: effetti metabolici e immunitari del virus

È vero che i virologi hanno grande voce in capitolo sulla questione del virus, ma è anche vero che si parla fin troppo poco degli effetti metabolici ed immunitari del virus. Anche se il virus è lo stesso, quando entra in un corpo trova in ognuno una condizione diversa. Quindi ciò che dovrebbe essere centrale è il corpo, perché è lui la causa dei diversi effetti del virus: c’è chi è asintomatico, chi si ammala e chi muore.
Il virus entra nel nostro organismo attraverso la via respiratoria, ma poi si diffonde, è sistemico. È un virus a RNA e per sopravvivere ha bisogno di entrare dentro le cellule e moltiplicarsi. Per entrare utilizza il recettore ACE2. Il punto è che non tutte le cellule hanno la stessa durata: alcune vivono alcuni giorni, altri decenni. Le più longeve sono due in assoluto: i neuroni e le cellule adipose. Quindi il virus cerca preferibilmente queste due cellule ed è il motivo per cui chi è affetto da COVID-19 perde gusto e olfatto: significa che il virus è entrato dentro i neuroni e le cellule che regolarizzano questi due sensi.

Il tessuto adiposo: serbatoio del Coronavirus

Dopo lo studio sulla vitamina D, ora si stanno svolgendo studi su una correlazione tra tessuto adiposo e Coronavirus. Si pensa che più cellule adipose si hanno, più è facile favorire l’ingresso del virus attraverso i recettori ACE2. Il tessuto adiposo potrebbe essere quindi serbatoio del Coronavirus. Questo vale anche per altri virus, ad esempio il virus Herpetico, virus dell’HIV, il Citomegalovirus tanto che si parla di microbiota del tessuto adiposo. Una volta a riposo nell’adipocita, può anche creare degli esosomi, ovvero molecole che vengono messe in circolo in tutto l’organismo. Quindi chi prende il virus può anche non eliminarlo completamente e può mantenerlo negli adipociti e qualora ci sia un calo delle difese immunitarie potrebbe anche ritornare fuori, ma è improprio parlare di “reinfezione”. Va sottolineato che quest’ultime sono ancora ipotesi, non c’è ancora una documentazione scientifica. Mentre per quanto riguarda il tessuto adiposo come serbatoio del Coronavirus, c’è una vera e propria documentazione scientifica. Anche il Primo Ministro inglese, contagiato dal virus, ha dichiarato pubblicamente di aver scelto la strategia di riduzione del proprio peso corporeo.

Le ripercussioni del tessuto adiposo sul sistema immunitario

Il tessuto adiposo favorisce anche il diabete mellito di tipo 2, che è una condizione favorente l’infezione da SARS-CoV 2.
Sta anche emergendo che il midollo osseo da cui nascono globuli rossi, globuli bianchi viene invaso nel tempo dagli adipociti e questo può provocare non solo anemia, ma anche linfopenia (deplezione di linfociti) e quindi una scarsa difesa immunitaria.  Ci ammaliamo anche per questa debolezza e incapacità di difendersi. Per rafforzare il nostro sistema immunitario non sono necessari integratori, ma la regina indiscussa è la vitamina D, che rafforza i globuli bianchi e quindi le nostre difese immunitarie. Il consiglio che dà è di dosare entro l’inverno la vitamina D e se si dovesse avere un valore inferiore a 30 ng/ml, allora va integrata per arrivare ad un buon livello ad ottobre. Perché la vitamina D viene per il 90% dal sole e per il 10 % dall’alimentazione e deve stare sempre sopra il valore di 30 ng/ml.
Andrebbe dosato anche l’ormone insulina, responsabile della normalizzazione della glicemia, perché siamo di fronte ad una vera e propria epidemia di diabete.

“La conoscenza genera la salute, l’ignoranza intesa come non conoscenza può generare malattia.”

Da medico ad agronomo nelle campagne toscane

Il medico Pierluigi Rossi è in realtà anche agronomo, perché ha portato fino in fondo le sue idee creando un’azienda agricola che produce pasta, grano, frutta, vino nelle campagne della sua Toscana. Questo perché dobbiamo essere protagonisti della nostra salute e non delegare agli altri quello che possiamo fare noi. Così ha cambiato la cerealicultura, perché le farine dei nostri alimenti derivano da grani nani pieni di glutine con la paglia corta e la spiga grossa. Ma vanno recuperati altri grani. Ad esempio il Senatore Cappelli, che come altri è stato emarginati per convenienza perché produce meno negli stessi ettari.
Recuperare il cibo, significa anche recuperare la coscienza sensoriale del proprio Paese: se un bambino di Fano non riesce ad apprezzare l’olio di oliva, ricco di polifenoli, quel bambino cessa una catena di centinaia di anni. Le nonne e le mamme sono importanti per educare al gusto, ai sapori, ai colori.
Inoltre c’è una relazione tra il nostro microbiota intestinale e le terre da cui provengono i nostri cibi, che rischia di essere messo in pericolo. La terra è infatti sempre più povera di nutrienti,  infatti si ricorre ai fertilizzanti e questo ci costringe a prendere integratori.

Un consiglio per preparare le future generazioni di medici

“Dobbiamo essere uomini del Rinascimento, uomini curiosi che vogliono vedere qualcosa di nuovo. È il momento. Forse non ce ne rendiamo conto ma stiamo chiudendo un periodo e dobbiamo avere la lucidità. Mi viene in mente Leonardo, che si interessa di tante cose. Mi viene in mente Charlie Chaplin. L’operaio in tempi moderni sapeva solo mettere un bullone. Noi ci siamo ridotti a mettere solo un bullone. Dobbiamo alzare l’orizzonte scientifico, l’orizzonte del pensiero e prepararci a una visione diversa. Non dobbiamo delegare agli altri ciò che possiamo fare noi. La consapevolezza è ciò di cui abbiamo bisogno”.

È evidente la carenza di divulgazione scientifica sistemica, perché siamo ancora influenzati dalla mentalità di Cartesio, che ci ha influenzato anche sulla divisione anima e corpo. Il cervello però è un organo come tutti gli altri, che ha bisogno di ossigeno e  nutrimento, ma ha la possibilità di trascendere la materia. Grazie al cervello possiamo passare dalla materia allo spirito e ogni uomo per sua natura tende alla spiritualità, cioè la necessità del cervello di produrre qualcosa che va oltre la vita. E la cultura, protagonista di festival come Passaggi, aiuta a trovare la spiritualità.

 

 

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Il Premio Passaggi 2020 va all’editore di poesia Nicola Crocetti https://2020.passaggifestival.it/premio-passaggi-2020-editore-nicola-crocetti/ Mon, 31 Aug 2020 13:09:53 +0000 https://2020.passaggifestival.it/?p=75228 L’ottava edizione di Passaggi Festival si è conclusa con la cerimonia di consegna del Premio Passaggi 2020 all’editore di poesia Nicola Crocetti. Una personalità del mondo culturale e civile, editore, grecista ed ideatore della rivista mensile Poesia, con la quale ha promosso la cultura poetica a livello internazionale. A dialogare con lui, il poeta Fabrizio […]

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L’ottava edizione di Passaggi Festival si è conclusa con la cerimonia di consegna del Premio Passaggi 2020 all’editore di poesia Nicola Crocetti. Una personalità del mondo culturale e civile, editore, grecista ed ideatore della rivista mensile Poesia, con la quale ha promosso la cultura poetica a livello internazionale. A dialogare con lui, il poeta Fabrizio Lombardo e il critico Roberto Galaverni. Durante l’evento, Eugenio Fabbri Manuelli ha letto ed interpretato delle poesie tradotte dallo stesso Crocetti.
La serata evento è stata organizzata in collaborazione con La Lettura del Corriere della Sera, che dedica settimanalmente una pagina alla poesia. Per motivi di lavoro, non è riuscito ad essere presente Antonio Troiano, responsabile pagine Cultura e direttore della “Lettura”, supplemento culturale del Corriere della Sera

L’intramontabile poesia

Si dice sempre che occuparsi di poesia sia una prova di resistenza e che la poesia sia un genere prossimo a tramontare, ma Nicola Crocetti con la sua casa editrice e la sua rivista rappresenta una negazione di questi finti presagi. Con il suo lavoro non solo ha dimostrato che si può fare poesia, ma anche che la poesia non tramonterà mai. Questo genere  trova il suo spazio anche all’interno di Passaggi Festival dove annualmente si tiene la Rassegna Passaggi DiVersi, che in questa edizione è stata condensata nell’unico incontro in onore di Nicola Crocetti.

Poesia, una rivoluzione

Poesia nasce nel 1988 come rivista mensile dai caratteri rivoluzionari, che pone i volti dei poeti in copertina. La rivista è stata pubblicata per 32 anni e 4 mesi. Oggi è diventata un prodotto delle librerie, perché sia la casa editrice che la rivista sono state acquistate dal gruppo Feltrinelli, l’unico editore a non avere una collana continuativa dedicata alla poesia. La poesia a volte è considerata un genere difficile, per questo ci sono pochi lettori. A volte nemmeno i poeti, per quanto numerosi, sono lettori di poesie. Quindi la rivista nacque per ristabilire un equilibrio tra poeti e lettori di poesie e per diffondere la volontà di leggere poesia. L’approccio di Crocetti alla poesia è sempre stato volto a conservarne la magia, per restituirla il più possibile ai suoi lettori, nella consapevolezza che la poesia è comunque qualcosa di più grande di noi.

Un uomo di poesia

Il Premio conferito da Passaggi guarda all’attività di editore di Nicola Crocetti, importantissima per l’editoria contemporanea e la storia della poesia. Prima ancora di un editore Crocetti è un amante e un profondo conoscitore di poesia. È anche un traduttore di poesie, un compito non semplice per il quale è necessaria una buona conoscenza della lingua ma anche una dote poetica. I traduttori sono visti come figure secondarie, a volte anche nell’ottica del “tradurre è tradire”, ma in realtà hanno grandi capacità e responsabilità. Tradurre poesia è molto complesso perché l’italiano è una lingua poco disponibile ad avvicinarsi alla lingua d’origine di un testo, per questo chi traduce ha davvero della capacità straordinarie. Nicola Crocetti ha tradotto le poesie di Costantino Kavafis, di cui sono celebri le poesie Itaca e Termopili.

Una traversata in solitaria

Crocetti ha confessato di aver vissuto anni molto difficili e di aver compiuto una traversata in solitaria. Però questo Premio rappresenta qualcuno che, a sorpresa, dopo anni di navigazione ti attende all’approdo e ti sventola una bandiera amica. Essendo di origine greca, ricorda che quando i Greci antichi facevano l’eulogia (elogio funebre) di un defunto non dicevano quante battaglie avesse combattuto e vinto, né quante ricchezze avesse accumulato, ma se aveva passione.  Crocetti dichiara di essere stato spinto dalla passione, da quel 1988 in cui ha desiderato scrivere la rivista per eccellenza di poesia, fino ad oggi in cui ha realizzato il suo scopo. Poesia ha raggiunto infatti tirature di 50.000 copie, ha pubblicato 3.500 poeti, 65.000 poesie in 38 diverse lingue. A volte ha pubblicato poeti che sono poi stati pubblicati solo in seguito da case editrici importanti, spesso proprio grazie a Poesia. Mauro Bersani, responsabile della collana di poesia  “Bianca” di Einaudi, ha confessato di leggere la rivista per avere ispirazione sui prossimi poeti da pubblicare.

Uno sguardo aperto a tutto il mondo

La situazione dei poeti in Italia vede dei piccoli gruppi, talvolta regionali, in conflitto tra loro. Come bande armate, i poeti sono uno contro l’altro. L’intuizione della rivista Poesia è stata quella di guardare oltre il proprio cortile di casa, di spaziare nel mondo della poesia e di mettere insieme anche poeti che non avrebbero mai potuto conversare sullo stesso palco. L’occhio è sempre stato rivolto verso il mondo, altrimenti Crocetti ha confessato che avrebbe terminato ben presto il suo lavoro se si fosse concentrato solo sulla nazione italiana. La sua intenzione era quella di creare un mosaico di poesia mondiale, con tessere di ogni colore. Per questo ha pubblicato anche poesie di lingue come l’hindi, l’urdu, il neogreco che è parlato da pochissime persone.

La copertina: volti di poeti in mezzo ai potenti

La caratteristica di Poesia è di aver messo in copertina dei volti di poeti, perché spesso le persone conoscono i nomi di poeti ma non i loro volti. Crocetti lo definisce un suo “pallino”, perché passando davanti alle edicole si rendeva conto che altro non erano che campionari di volti di potenti, di politici e di belle donne. Allora con la sua rivista aveva intenzione di mettere i volti dei poeti in mezzo a quelli dei potenti, anche con il rischio di non creare delle copertine accattivanti. Riguardo a questo ha raccontato un aneddoto curioso, cioè di un poeta che lo ha chiamato riferendo di essere stato riconosciuto da dei ragazzi a Trastevere -di sera, per strada, al buio- proprio perché lo avevano visto nella copertina di Poesia e di esserne stato onorato.

La transizione da edicola a libreria

In passato la situazione delle edicole era ben diversa da oggi, dove si sta assistendo ad una progressiva chiusura. In Italia vi erano circa 40.000 edicole e questo significava averne una in ogni comune. La distribuzione di Poesia era quindi capillare: arrivava fino ai paesini più sperduti dell’Aspromonte, dove una sua collaboratrice in vacanza scoprì tre copie nella piccola edicola del paese. Crocetti è riuscito a portare la poesia dove non era mai arrivata prima. Oggi le poche edicole sopravvissute sono sature di giornali, riviste e prodotti che a volte nemmeno sanno di avere. Perciò Poesia continua la sua esperienza nelle librerie, acquistata dal gruppo Feltrinelli.
La volontà di Crocetti è stata sempre di parlare con un linguaggio semplice. Studiando negli Stati Uniti si è reso conto che è possibile parlare anche dell’argomento più specialistico in modo semplice. Quindi ha sempre raccomandato ai suoi giornalisti di scrivere in modo comprensibile per tutti. Alcuni di loro però non amano scrivere in maniera semplice perché sanno che non sarebbero visti di buon occhio dai loro collaboratori.

La serata evento si è conclusa con la consegna del Premio Passaggi Festival 2020 a coronamento della carriera dell’editore Nicola Crocetti.

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Chiara Valerio: la matematica come esercizio di democrazia https://2020.passaggifestival.it/chiara-valerio-matematica-democrazia-pamphlet/ Sat, 29 Aug 2020 13:16:49 +0000 https://2020.passaggifestival.it/?p=75157 Ad inaugurare la terza giornata di Passaggi Festival, presso la Chiesa di San Francesco, la matematica e scrittrice Chiara Valerio che da pochi giorni ha pubblicato La matematica è politica (Le Vele, Einaudi). Un libro che racconta la matematica come apprendistato alla rivoluzione, che costruisce legami tra matematica e democrazia e che fa avvicinare a […]

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Ad inaugurare la terza giornata di Passaggi Festival, presso la Chiesa di San Francesco, la matematica e scrittrice Chiara Valerio che da pochi giorni ha pubblicato La matematica è politica (Le Vele, Einaudi). Un libro che racconta la matematica come apprendistato alla rivoluzione, che costruisce legami tra matematica e democrazia e che fa avvicinare a questo mondo per tutti così misterioso.
A conversare con lei, Alessandro Beretta giornalista del Corriere della Sera, socio fondatore della libreria indipendente milanese Verso e direttore artistico di Milano Film Festival 2011.

Una nuova opera sulla matematica

Chiara Valerio è già nota per la sua abilità di avvicinarci ad un mondo complesso come quello della matematica, che ha studiato per ben tredici anni. Lo aveva già fatto con il libro Storia umana della matematica (Einaudi, 2016). L’editore le ha richiesto un nuovo libro su questa tematica e ne è emerso un pamphlet sul valore della matematica come strumento per ragionare sulla democrazia, perché entrambe non sopportano di non cambiare mai. Facendo leva sulla sua passione, ha cercato di renderla uno strumento per interpretare il presente.

La differenza tra autorità e regola

Ciò che più affascina Chiara Valerio è la differenza tra autorità e regola. Le regole si muovono in modo orizzontale: servono per giocare, sono frutto di discussioni e appartengono all’essere umano. L’autorità invece è verticale e indiscutibile. Su questa contrapposizione ha deciso di basare il suo libro, perché per quanto la matematica sembri un castello chiuso e irraggiungibile, è invece costellata di discussioni e tutto ciò che si ottiene può essere messo in discussione. Ne è un esempio l’equazione X^2+1=0 che per lungo tempo è rimasta senza soluzione, fino a quando ne ha trovata una nel mondo dei numeri complessi. Questo non significa rinnegare tutti i mondi precedenti, ma aiuta a capire che una verità cambia in base al sistema in cui è inserita.

La matematica e i suoi insegnamenti

Grazie alla matematica si comprende come per potersi cimentare in un campo è necessario avere un linguaggio adatto, perché non c’è spazio per l’approssimazione. Anche per scrivere un libro occorre avere una grande padronanza della grammatica. Non basta l’intuizione, perché deve essere raffinata con l’assidua frequentazione. Nel libro Precious di Sapphire (Fandango) la maestra dice ad una ragazza che con le lettere si fanno le parole e con le parole si può fare tutto: si può comunicare, si può sedurre gli altri. Lo stesso vale per la matematica cioè senza le addizioni o le moltiplicazioni non si possono comprendere le differenziali.

L’esercizio democratico

Chiara Valerio ha citato più volte la costituzione nella sua opera, definendosi un’anarchica conservatrice.
Il suo libro è un esercizio di democrazia, che però mette in luce quanto chi ci rappresenta non rispetti affatto la democrazia. L’assenza di dialogo, l’essere fermi sulle proprie posizioni o utilizzare un linguaggio inconcludente sono tutti elementi che ci allontanano dall’esercizio democratico. Chiara Valerio ha riportato l’esempio di Berlusconi che nelle sue frasi annullava le subordinate, imitando il linguaggio televisivo. Togliendo le subordinate causali, modali e temporali significa parlare senza produrre delle conseguenze, eliminando quindi il principio causa-effetto. Questo limita molto ogni possibilità di confronto.

La matematica, così lontana dal corpo ma così dentro le nostre vite

Siamo abituati a pensare che la verità dipenda dal corpo. Guardiamo film in cui una macchina della verità, in base alle nostre reazioni corporee, misura il livello di verità. Ma la matematica è un linguaggio che nasce lontano dal corpo. Eppure è fortemente relata alla vita degli uomini perché ci dà una verità, un sistema formale che può servire per stabilire e discutere le regole della convivenza civile.
Nonostante ciò la matematica ci fa paura, perché ha un linguaggio complesso. Non a caso i geni della matematica sono più tardivi rispetto a quelli della musica. L’alfabeto musicale è composto da sette note, più qualche chiave o alterazione. Mentre l’alfabeto matematico è molto più ampio, ma ci appartiene perché nasciamo con la necessità di contare. Contare per quantificare o per sapere quanto tempo manca all’incontro con la persona amata.

La scienza non va confusa con la tecnologia

Durante la pandemia si è parlato di matematica. Difatti, anche grazie all’opera del fisico e scrittore Paolo Giordano, Nel Contagio (Le Vele, Einaudi), si è capito che il contagio segue un modello matematico. Secondo Chiara Valerio la scienza è stata però forzata a dare delle certezze immediate che era incapace di dare, perché raggiungibili solo con mesi di ricerca. Si sta verificando quindi un’infodemia, un bombardamento di informazioni la cui accuratezza non è nemmeno verificata.
Richiedere tale immediatezza alla scienza significa confonderla con la tecnologia in una sorta di sineddoche o metonimia. Eppure sono ben diverse.
La tecnologia è concentrata sul risultato, non sul percorso per ottenerlo. Inoltre si è arrivati ad un punto in cui solo alcune persone sanno manipolare le tecnologie e aggiustarle in caso di guasti, come dei veri e propri “santoni” o guru della tecnologia. Vi è una deriva di inaccessibilità della tecnologia, che ricorda i romanzi di Isaac Asimov.
La scienza è tutto il contrario: si concentra sul processo, è fatta di continue verifiche ed  è distante da un virologo che con certezza esprime un sì o un no.

Cervelli addomesticati

Come afferma il neurobiologo Stefano Mancuso, quando ci si addomestica si perdono delle capacità. La matematica può diventare un terreno amico da cui trarre quella postura etica che altro non è che un atteggiamento critico verso il mondo, lontano da una passiva accettazione di soluzioni e da una qualsiasi resa di fronte ai problemi. Una postura necessaria per evitare che un cervello venga addomesticato e che perda la sua capacità pensante.
Studiare matematica è stata ad oggi la più grande avventura cuturale della mia vita”. Studiandola ci si rende conto che ogni azione compiuta ha una conseguenza, quindi va sempre tenuto a mente il principio di causa-effetto. Ma questo è utile anche per essere persone e cittadini migliori.

Il valore della lettura e del libro

Nel pamphlet di Chiara Valerio si legge “io penso che l’unica difesa dalla dittatura dell’intrattenimento sia la lettura”.
Il libro è l’unico oggetto che possiamo utilizzare quando, dove e come vogliamo. Questo ricorda al lettore che si può sempre scegliere e che la scelta è un’assunzione di responsabilità con delle precise conseguenze, ma che è in grado di fornire una postura etica che salva dall’essere uno smidollato. Oggi è facile essere smidollati perché il livello di attenzione di chi ascolta è minimo: si può anche parlare di un libro senza averlo letto. Ma avere quella postura etica significa affrontare la discussione di un libro avendolo letto, commentato e immagazzinato.  È molto meglio quando si fa qualcosa farla bene, con fatica e coscienza. Anche se la coscienza è dolore, perché nessuno ha detto che bisogna vivere senza dolore o sentimenti negativi. La matematica, al pari della lettura, fa riflettere sul fatto che la vita è un percorso ed è conta quello ciò che conta. Vincere o perdere sono aspetti secondari rispetto all’atteggiamento con cui si affronta la vita.

Siamo aleatori, siamo probabili

L’incontro si è poi concluso con una riflessione e con un aneddoto della sua esperienza matematica a Vienna, quando durante un convegno pensava di aver risolto un calcolo brillantemente, ma in realtà la sala si è svuotata per l’imbarazzo. Questo episodio le ha fatto capire che quando si è certi di aver raggiunto una conclusione, in realtà va vagliata e ridiscussa tantissime volte.

Qui di seguito la riflessione compiuta:

“Le verità matematiche somigliano molto a quelle sentimentali: sono tutte quante assolute e transeunti. L’ho capito per la prima volta quando ho fatto il primo esame di probabilità, dove c’era un esperimento aleatorio in cui la stessa persona lanciava una moneta e una volta usciva testa e una volta  croce. Esattamente come gli esseri umani che in una stessa situazione una volta sono felici e una volta no. Una volta sono decisissimi e poi non lo sono più. Siamo aleatori, siamo probabili.”

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Un emozionante ricordo della “partita del secolo” con Nando Dalla Chiesa, Giancarlo “Picchio” De Sisti e Marco Civoli https://2020.passaggifestival.it/partita-del-secolo-nando-dalla-chiesa-picchio-de-sisti-marco-civoli/ Sat, 29 Aug 2020 11:08:49 +0000 https://2020.passaggifestival.it/?p=75118 Nella terza giornata di Passaggi, per la rassegna Grandi Autori di Passaggi Festival, Nando Dalla Chiesa ha presentato in Piazza XX Settembre il suo ultimo libro La partita del secolo. Italia-Germania: 4 a 3 storia di una generazione che andò all’attacco e vinse (Solferino, 2020). A dialogare con lui Marco Civoli, giornalista e conduttore televisivo, […]

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Nella terza giornata di Passaggi, per la rassegna Grandi Autori di Passaggi Festival, Nando Dalla Chiesa ha presentato in Piazza XX Settembre il suo ultimo libro La partita del secolo. Italia-Germania: 4 a 3 storia di una generazione che andò all’attacco e vinse (Solferino, 2020). A dialogare con lui Marco Civoli, giornalista e conduttore televisivo, voce con Sandro Mazzola dei campionati mondiali 2006 e il centrocampista Giancarlo “Picchio” De Sisti.

Una storica semifinale

Nessuno si sarebbe mai immaginato che una delle partite più emozionanti del secolo scorso potesse essere una semifinale. In particolare la semifinale del mondiale messicano, quando il 17 giugno 1970 la squadra italiana sconfisse l’invincibile Germania, che incarnava l’idea della perfezione. Un 4-3 che resterà una delle pagine più interessanti nella storia del calcio.
Come si legge nell’incipit del libro di Nando Dalla Chiesa:

“Ogni popolo stabilisce silenziosamente e senza intenzione quali giorni resteranno nella sua memoria. Quali saranno simbolo di dolore o evocheranno la paura, quali restituiranno senso alla speranza o regaleranno sempre e comunque un sorriso. Un popolo non lo decide mai sul momento. Tutto viene scavato e rielaborato nel tempo”.

Una pagina memorabile della storia del calcio

Il 17 giugno 2020 si sono celebrati i cinquanta anni da una partita strepitosa, che si sposò a pieno con la condizione storica del momento. La nazionale italiana, forte ma non favorita, contro la potente Germania, emblema dell’efficienza e di netto favorita dalla genetica. La partita si svolse nello Stadio Atzeca di Città del Messico e in Italia venne vissuta il 18 giugno a causa del fuso orario. Il gioco non fu strepitoso e fu pieno di errori, in cui si gettò all’aria ogni schema, eppure fu una pagina epica del nostro calcio. Picchio De Sisti è estremamente orgoglioso di questa partita e come dice a qualsiasi giocatore, “ma tu hai mai fatto Italia-Germania?”. 

La prima volta, una grande emozione

Dopo aver ceduta la sua poltrona rossa a Picchio De Sisti, Nando Dalla Chiesa ricorda le emozioni provate quella notte. Il periodo storico era caratterizzato da un forte complesso d’inferiorità dell’Italia nei confronti della Germania sia come paese che come squadra.
Un paese che riusciva ad offrire lavoro. Un paese che pur dilaniato dalla guerra era diventato in poco tempo la guida economica della Comunità Europea.
Una lingua, quella tedesca, che sembrava dovesse essere imparata per forza dai filosofi, dai sociologi.
Una squadra superiore a livello fisico, grazie ad un’alimentazione che allora si diceva essere migliore di quella italiana.
Un Paese insuperabile. E che sembrò esserlo fino alla fine, quando il difensore tedesco Schnellinger segnò all’ultimo minuto di partita il gol di pareggio dell’ 1 a 1. Da questo momento ebbero inizio trenta minuti di emozioni e ben cinque gol realizzati dalle due squadre.
Marco Civoli di quella partita ricorda la voce di Nando Martellini, una guida che trasmetteva emozioni incredibili e che commentò ogni minuto. L’immagine che più si ricorda è quella di Franz Beckenbauer con il braccio attorno al collo, perché continuò a giocare nonostante una lussazione alla spalla. L’emozione più forte fu quella del 4 a 3.

Mondiali in altura

I mondiali Messico 1970 si svolsero in altura. La nazionale italiana si era infatti allenata in montagna durante il periodo natalizio. Il problema fu che in Messico regnava il caldo e l’umidità con ripercussioni sulla respirazione e la resistenza. Però i calciatori italiani, pur vedendo la Germania come una squadra che correva tantissimo, pensavano che i duemila metri avrebbero affaticato anche loro. Invece i tedeschi correvano tantissimo ed ogni reparto della squadra italiana dovette faticare per contrastarli: a centrocampo si corse di più, i servizi agli attaccanti furono più corti e il portiere dovette fare qualche parata di troppo.

Le dinamiche della partita

Durante la partita Roberto Boninsegna, con un’azione prepotente, segnò il il gol dell’ 1 a 0 italiano. Così la squadra italiana passò il secondo tempo a pensare di aver raggiunto il massimo. Il vantaggio diede loro una grande fiducia, sentivano di poter sconfiggere i tedeschi. Invece fu una partita molto sofferta. La Germania mise in campo tutte le risorse.
Il momento saliente fu il vantaggio del 4 a 3 con un’azione che coinvolse anche De Sisti. Boninsegna, che era dannato quella sera, sulla sinistra si porta indietro Schulz e di solito avrebbe cercato la porta, come poi ha confessato, ma in quel momento capisce che è troppo defilato sulla sinistra e allora tira il pallone e ci sarà poi Rivera a centrarlo in porta. Il gol decretò definitivamente la vittoria dell’Italia.

La carriera di Picchio De Sisti

Dal 1967 al 1972 Giancarlo De Sisti colleziona 29 presenza in nazionale italiana di calcio. Vince il titolo di campione europeo nel 1968 e diventa vicecampione del mondo ai mondiali messicani 1970. Uno delle carriere più belle. Fu giocatore della Roma, vinse uno scudetto con la Fiorentina. Ma confessa che, a distanza di 50 anni, quel mondiale è stata la cosa più bella oltre agli affetti familiari e che lo rende orgoglioso del suo lavoro.
L’allenatore della nazionale italiana del 1970, Ferruccio Valcareggi, era un uomo che gratificava gli equilibri e le distanze tra i vari reparti. Lui ebbe sempre una buona considerazione su Picchio De Sisti, perché il ruolo di centrocampista non poteva essere sostituito da un attaccante. Ci voleva il collante e poteva farlo solo un geometra di qualità che non poteva essere sostituito ad esempio un Rivera, seppur bravissimo a far gol. Picchio De Sisti era un ottimo collante. La sua personalità tranquilla lo rendeva capace, a differenza di molti centrocampisti di oggi, di mettersi a completa disposizione della squadra.

La nascita di un libro

Il libro nasce perché Nando Dalla Chiesa si è sempre occupato di calcio. La propria squadra di calcio, l’Inter, era un elemento di identità. Durante le interrogazioni di latino, un suo compagno per scherzo recitava la formazione dell’Inter alle sue spalle. Quando l’editore gli chiese di scrivere un libro di calcio, lo fece su Gigi Meloni. Ha poi deciso di scrivere un libro dedicato a questa semifinale perché rappresenta per lui l’anello di congiunzione tra il ragazzino che tifa calcio e lo studente del sessantotto che di notte scende in piazza a festeggiare qualcosa che non sa come festeggiare, in cui sa solo di avere vinto sulla Germania e non porta nulla d politico con sé. Una partita che nel suo caso ha segnato il passaggio tra adolescenza e gioventù, tra prima e dopo, tra un’Italia costretta a piegarsi sempre e un’Italia che invece può vincere sulla Germania.
Un libro per tutti,  “per chi ha vissuto quella partita, per chi l’ha vista seduto sulle ginocchia del proprio padre o, per chi non c’era e vuol sapere”. 

La partecipazione delle donne

Nando Dalla Chiesa di quella giornata di giungo del 1970 ricorda la partecipazione delle donne. Di solito quando andava allo stadio non c’era mai pubblico femminile. Iconica di quegli anni era la canzone di Rita Pavone: Perché, perché la domenica mi lasci sempre sola per andare a vedere la partita di pallone. Perché, perché una volta non ci porti anche me”. Ma quella notte Piazza Duomo a Milano era piena di donne, che avevano iniziato a guardare la partita ai supplementari, richiamate dalle urla. Anche la sezione femminile del collegio universitario festeggiava alle due di notte la vittoria della semifinale e questo era davvero insolito. .

Il tricolore

A fare da padrone di quella notte di festeggiamenti fu anche il tricolore. Di solito la bandiera italiana veniva utilizzata dai manifestanti, ma quella notte fece da padrone dei festeggiamenti. C’è chi si mise a venderli o chi lo rimediò con lo spray su delle macchine. Ma quel festeggiamento non aveva alcuna connotazione politica, pur in un periodo così politicizzato. E forse questa separazione dalla politica non accadde più. Nel 1982 infatti vi era già un tono più politico. Si capì tardi che quella del 1970 non era solo una partita di calcio, ma un’ improvvisa riscoperta dell’identità italiana. Ovviamente la notte conciliò i festeggiamenti, allentando i freni inibitori. Il Messico divenne il simbolo di un diverso Sessantotto italiano, perché mostrò l’idea che attaccando si potesse vincere e nutrì i cuori di un’immensa e inconsapevole speranza.

 

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Gianluigi Nuzzi racconta le verità più scomode del Vaticano https://2020.passaggifestival.it/gianluigi-nuzzi-verita-scomode-vaticano/ Fri, 28 Aug 2020 09:36:43 +0000 https://2020.passaggifestival.it/?p=75074 Nella seconda giornata di Passaggi Festival, il palco di Piazza XX Settembre ha ospitato il giornalista, saggista e conduttore televisivo Gianluigi Nuzzi che ha presentato Giudizio Universale. La battaglia finale di Papa Francesco per salvare la Chiesa dal fallimento (Chiarelettere, 2019). In un ampio e approfondito dialogo con il giornalista di Rai News 24 Giorgio […]

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Nella seconda giornata di Passaggi Festival, il palco di Piazza XX Settembre ha ospitato il giornalista, saggista e conduttore televisivo Gianluigi Nuzzi che ha presentato Giudizio Universale. La battaglia finale di Papa Francesco per salvare la Chiesa dal fallimento (Chiarelettere, 2019). In un ampio e approfondito dialogo con il giornalista di Rai News 24 Giorgio Santelli, Nuzzi ha rivelato numerose questioni segrete sugli affari del Vaticano. Come si legge nella scheda del suo libro, ma che ben si può applicare all’incontro tenutosi:

“Ciò che qui viene svelato provocherà una profonda inquietudine, non solo tra i cattolici. Eppure fotografa una realtà che potrà essere affrontata solo se non resterà nascosta, ma diventerà patrimonio di tutti.”

Giudizio Universale: il quinto capitolo del processo al Vaticano

Gianluigi Nuzzi con il suo ultimo libro Giudizio Universale. La battaglia finale di Papa Francesco per salvare la Chiesa dal fallimento (Chiarelettere, 2019) è giunto al quinto capitolo della serie di libri sui segreti del Vaticano. Un argomento poco dibattuto, perché l’Italia è un Paese in cui il Vaticano ha una forte influenza. Basti pensare che fino a poco tempo fa si eleggeva il direttore del Tg1 in base al consenso dello stato pontificio. Inoltre, trattandosi di aspetti così negativi, si auspica che non accadano mai all’interno della Chiesa. Confrontando la situazione attuale con quella dell’epoca di uscita del suo primo libro, Vaticano S.p.A. (Chiarelettere, 2009), sembrano esserci miglioramenti. Eppure il sottoscala della curia romana nasconde sempre scheletri.

Una situazione drammatica

La situazione appare drammatica perché il Vaticano, con l’attuale amministrazione, sta rischiando il default. Dall’altra parte stanno aumentando i poveri e il bisogno di aiutarli, aspetto di cui la Chiesa si occupa da sempre ma che può attuare solo con le giuste risorse economiche.
Uno degli elementi che ha contribuito a questa situazione drammatica è la Curia. Il tutto è iniziato quando a fine anni ’60 il Vaticano si è rivolto all’avvocato Michele Sindona, per dismettere tutte le partecipazioni quotate in borsa così da evitare qualsiasi tassazione. Questo è il punto di partenza, perché si aprono filiali del Banco Ambrosiano ovunque, per favorirne il riciclaggio. Sono i tempi in cui il capo del Banco Ambrosiano, Roberto Calvi, si suicida sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. E quelli in cui a capo dello IOR, la Banca Vaticana, vi è monsignor Paul Marcinkus.

L’eredità di un potere torbido

Le situazioni appena descritte hanno generato un coagulo di potere “bacato” i cui eredi sono quelli che si è ritrovato Papa Francesco attorno a sé nel 2013. Al momento della sua proclamazione, vi erano figure come il cardinal Bertone o monsignore Camaldo che di notte si fa chiamare Jessica, membro della lobby gay del Vaticano. Tutte queste figure sono eredi della mentalità sporca, che imperversa in Vaticano dagli anni ’60. Eppure secondo Nuzzi non si possono fare rivoluzioni dall’oggi al domani, neanche con l’opera di certi giornalisti. Il potere ha un funzionamento talmente geometrico che, anche se qualcuno lo smuove un po’, trova il modo di rimettersi in sesto. Non appena qualcuno diventa indifendibile, viene lasciato a piedi, e sostituito da un’altra figura che ha lo stesso atteggiamento. Questo ci rende poco ottimisti, perché non basta cambiare gli uomini responsabili di certi atti. Occorre cambiare gli uomini, le leggi e la mentalità. Papa Francesco sta agendo in questo senso, nonostante i numerosi ostacoli.

L’opera di pulizia avviata da Ratzinger

Joseph Ratzinger aveva iniziato l’opera di pulizia, facendo amministrare lo IOR dal banchiere Ettore Gotte Tedeschi. Nominato nel settembre del 2009, gli fu vivamente consigliato di non chiedere mai l’identità dei correntisti della Banca vaticana, per evitare delle ripercussioni sulla propria famiglia. Gotti Tedeschi fu ben presto destituito, perché introdusse la norma anti-riciclaggio nello stato di Città del Vaticano e alla legge non vennero mai date le norme attuative, privandola degli strumenti per applicarla.
Non è un caso che i peggiori compiti, quelli ad esempio di indagine sui conti dello IOR, in Vaticano vengano assegnati sempre a dei laici. Questo perché, nella scala gerarchica, un prete con una missione specifica è superiore ad un qualsiasi laico, che è la persona con meno potere nella teocrazia del Vaticano. Quindi ogni tentativo di riforma può essere rapidamente frenato.

Il testimone passa a Papa Francesco

Papa Francesco ha passato due anni a fotografare la situazione, anche su eredità di papa Benedetto XVI che aveva lasciato tutti i documenti sui propri tentativi di pulizia. Ratzinger ha maturato le sue dimissioni in un lungo arco di tempo, per poi rendersi conto che non avrebbe potuto cambiare le cose senza perdere credibilità. La sua rinuncia ha reso più semplice il lavoro al suo successore, Papa Francesco, che ha potuto riprendere il tutto. Eppure depurare un ambiente non è semplice. Nonostante il Papa sia il monarca assoluto dello Stato Vaticano, se firma una legge passano anni prima dell’attuazione. Ad esempio ha impiegato 6 anni per scacciare il cardinale “Rambo”, che amava collezionare armi e gestiva i fondi immobiliari. Il Vaticano vuole fare di tutto per proteggersi: ha addirittura chiamato in processo i giornalisti, con un’accusa infondata, per dare un segnale di minaccia contro chi parla. Eppure non è sufficiente, perché le persone sono stanche. I veri credenti ormai rigettano lo sperpero e non accettano che le proprie offerte all’obolo di San Pietro vadano a sanare i conti in rosso del Vaticano o i loro appalti.

Un libro a presa diretta

Il libro di Gianluigi Nuzzi è scritto in presa diretta, con un linguaggio simile a quello che usa in televisione, nella trasmissione Quarto Grado. La sua scrittura porta i lettori direttamente nelle stanze del Vaticano. Si può immaginare il Papa, le espressioni che fa, i dialoghi, la paura di comunicare alcune cose. Ci sono dei veri e propri virgolettati del Papa. In uno di questi, Papa Francesco afferma che gli italiani hanno l’abitudine di nascondere i denari in tutti i cassetti più nascosti della scrivania. Appena nominato, infatti, rinforzò la commissione per controllare e uniformare i bilanci degli ecclesiastici. Un potere ispettivo, quello di Bergoglio, senza precedenti ma non scevro di rischi. Il Papa infatti non vive nell’abitazione usuale dei Papi, ma nell’appartamento di Santa Marta. Qui mangia al self-service per evitare che si sappia in anticipo cosa mangerà; inoltre ha fatto rifare la blindatura della sua auto. Sono tutte spie dei rischi che sta correndo.

L’indignazione di un credente

Gianluigi Nuzzi è credente e il suo intento non è attaccare la Chiesa Cattolica, ma queste persone che in nome del Vangelo commettono dei veri e propri reati. La figura di Papa Francesco emerge infatti positivamente. Come credente non può che indignarsi di fronte a conti dello IOR intestati ad associazioni per la lotta alla leucemia, per i bambini poveri che servivano solo per proteggere il conto di realtà potenti. Indagare su questo mondo dà continuo stupore, perché è un mondo in cui il corrotto viene chiamato inadeguato oppure il pedofilo è una persona con “il vizio dei ragazzini”, quando in realtà è un reato, uno dei peggiori.

L’abuso: una condanna per la vita

Un esempio della mentalità in atto al Vaticano è il criterio di selezione delle guardie svizzere: ragazzi provenienti da piccoli paesini della Svizzera. Lo stesso criterio vale anche per i ragazzi che desiderano diventare chierichetti del Papa. È importante che vengano da piccoli Paesi, perché l’impatto emotivo che suscita l’infinita magnificenza della Cappella Sistina o il semplice fatto di essere nell’entourage del Papa, è un elemento sufficiente per farli tacere. Sfruttando la loro emozione, li si convince a non denunciare eventuali abusi, veramente avvenuti ad esempio sui ragazzi che frequentavano il seminario per diventare chierichetti. Uno di loro ha confessato a Nuzzi di fare sedici docce al giorno, perché si sente ancora sporco. E magari il suo abusatore è ancora a piede libero.

Una riflessione sulla società odierna

L’11 settembre rinizia Quarto Grado. Nel commentare il caso di Gioele e della mamma Viviana, Nuzzi afferma quanto la nostra società sia omertosa, tanto da lasciare sola una donna con i suoi problemi psichiatrici. Una donna che andava aiutata, ma che ha dovuto nascondere la gravità del disagio che stava vivendo.
Inoltre nella nostra società è in aumento la violenza, ad esempio quella verbale. Ormai è come se fosse normale, non suscita più indignazione, fa parte del nostro sistema connettivo.

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